Il sociologo: la Trinità è un modello sociale
Un sociologo impegnato nello studio dei processi culturali, parla sull’impatto sociale del rinnovamento del pensiero ‘trinitario’
Prof. Bernhard Callebaut in una conferenza tenuta il 24 novembre all’Istituto Superiore di Teologia Sapientia a Budapest cerca di leggere sinteticamente la storia del pensiero trinitario e mostrare ciò che esso può portare per il rinnovamento della vita sociale. L’abbiamo intervistato al riguardo.
Nella Sua conferenza ha ribadito che la Trinità è un modello sociale, attualissimo per l’epoca odierna. In che modo? Non è di tutti giorni che un sociologo ricorre ad un termine teologico. Perché pensa che dopo tante teorie sulle società, ciò non sia un’idea utopistica?
Quando provo a riflettere su queste tematiche, parto sempre dall’idea che si è spesso analizzata la vita della società come una vita dettata dalla legge della giungla. Nella giungla vince il più forte, un famoso detto latino lo esprimeva a modo suo: tu muori affinché io viva, mors tua, vita mea. Però non si può ridurre i rapporti tra gli uomini a questa legge. L’uomo ha un’altra vocazione. In tutte le civiltà più sviluppate prima della venuta di Gesù nasce l’una o l’altra forma di monoteismo, un Dio unico, un Dio Uno ma quel Dio non ha una faccia, è impersonale.
Quando arriva Gesù e si sviluppa la storia cristiana che prosegue sul cammino intrapreso da Israele, c’è qualcos’altro che entra. Perché Gesù comincia a parlarci del suo Padre e ci parla dello Spirito Santo. Gesù ci fa entrare in un altro tipo di racconto su chi è Dio. E quando vuole precisare come vede che dovrebbero essere i nostri rapporti, lui ha questa frase: „amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”. E si capisce che ha davanti agli occhi il modello della sua vita con il Padre e con lo Spirito Santo.
Questa vita dei Tre è una vita d’amore, dove danno la vita gli uni per gli altri. Si capisce che si apre lì qualcosa che le altre civiltà non avevano ben afferratto. Perché il concetto di Dio non era una questione di rapporti, di unità tra distinti, tra diversi. Gesù è profondamente d’accordo con le religioni precristiani che Dio è uno, è unico. Però quando ci parla del Padre e dello Spirito, vuol dire che questi Tre possono essere uno e nello stesso tempo sono distinti. Il cristianesimo non conosce tre dei. E questa vita di distinzione e di unità è il risultato dell’amore come lo definisce Gesù nei Vangeli. Questo ovviamente non ci fa ancora capire tutto del mistero che rimane sempre mistero, quello che possiamo capire di Dio è sempre meno di quello che Lui è. Peró Dio ha voluto rivelarci questo mistero. E dunque anche un sociologo ne può farsi ispirare.
Nella storia precristiana la società che si doveva costruire da credenti doveva favorire il cammino ascetico dell’uomo, l’uomo che riesce a vivere il distacco da tutte le cose, perché solo Dio era veramente reale, il resto era illusione! La società che ne viene fuori sarà dunque statica, fortemente gerarchizzata, dove le relazioni orizzontali non hanno vera consistenza. Perché Dio era uno, in Dio non esisteva la dimensione delle relazioni e dunque della diversità che si compone in unità. Con Gesù capiamo che in Dio la prima questione è quella delle relazioni: relazioni d’amore che fanno vivere rendendo felice un Padre, un Figlio e il rapporto tra di loro che si chiama Spirito Santo.
Ovviamente con la grande teologia bisogna ricordare che Dio è sempre più grande della nostra comprensione di Lui, e ogni immagine in qualche aspetto non riesce a dire tutto quello che ci sarebbe da dire. Ora sappiamo che nelle nostre societá sono le relazioni che sono in grandi difficoltà, e lo viviamo nella vita della coppia, nella famiglia, in tutti i rapporti, forse anche perché eravamo come cultura molto legata ad un concetto che l’unità si costruisce come nella giungla: cioè se io voglio vivere, tu devi morire. Se io vinco, tu sparisci, non conti più, sei scartato.
Non è quella la storia dei rapporti nella Trinità. Il Padre e il Figlio ci si vuole bene ma non per quello si scarta lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo vuole bene al Padre e al Figlio e non scarta nessuno dei due. Cioè in parole povere, loro riescono ad essere se stessi, però stanno anche bene insieme.
Allora vogliamo che questo modello non ci ispiri? Non ci dia una direzione nei nostri comportamenti personali e sociali? Certo non si può dire: la Trinità è il nostro modello e possiamo trasportarlo tale e quale dal piano di Dio al nostro. Perché la differenza con Dio è sempre più grande della similtudine. Però l’amore, ogni atto d’amore partecipa già di un agire direi allora di tipo trinitario.
Ha menzionato dei grandi teologi, filosofi, sociologi. In che modo potrebbe entrare questo concetto dentro di noi – tutti quanti, persone laiche ed ecclesisastiche – affinché questo modello si possa realizzare e non rimanga nei libri e sulla scrivania degli studiosi?
Credo che molti dei grandi teologi, filosofi, so
ciologi hanno negli utimi decenni avuto l’intuizione che si giocava una partita decisiva nel campo nel ripensare l’importanza delle relazioni, e che in quel senso la vita evangelica aveva tanto da dirci. La Trinità ha tutto da vedere con la nostra vita sociale. Mi torna spesso in mente questa citazione dei Vescovi di Navarra e del Paese Basco, nella loro lettera della Pasqua del 1986 scrivevono: “Quando noi cristiani confessiamo la Trinità di Dio, vogliamo affermare che Dio non è un solitario, chiuso in sé stesso, ma un essere solidale. Dio è comunità, vita condivisa, dedizione e donazione reciproca, comunione gioiosa di vita. Dio è insieme colui che ama, l’amato e l’amore. Confessare la Trinità non vuol dire soltanto riconoscerla come principio, ma anche accettarla come modello ultimo della nostra vita.
Quando affermiamo e rispettiamo le diversità e il pluralismo tra gli esseri umani, in pratica confessiamo la distinzione trinitaria di persone. Quando eliminiamo le distanze e lavoriamo per realizzare l’uguaglianza effettiva tra uomo e donna, tra i fortunati e gli sventurati, tra i vicini e i lontani, affermiamo nella pratica l’uguaglianza delle persone della Trinità. Quando ci sforziamo di avere ‘un cuor solo e un’anima sola’ e di imparare a mettere tutto in comune, perché nessuno abbia a patire l’indigenza, stiamo confessando l’unico Dio e accogliamo in noi la sua vita trinitaria”.
Bernhard Callebaut, sociologo belga, é professore presso l’Istituto Universitario di Sophia (Firenze). Il suo campo di studio è legato alla Dottrina Sociale della Chiesa e la Sociologia dei Processi Culturali. È autore di numerosi articoli, l’ultimo suo lavoro s’intitola Tradition, charisme et prophétie dans le Mouvement International des Focolari. Analyse sociologique, Racines Nouvelle Cité, 2010.
Tünde Lisztovszki/Magyar Kurír
Foto: Benedek Sás






